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Diventare mamme e babywearing: il racconto di un percorso

Diventare mamme e babywearing: il racconto di un percorso

Sette anni fa iniziava il mio percorso di mamma. Il momento in cui ho potuto abbracciare per la prima volta mio figlio, il ricordo del suo odore, rimarranno per sempre nel mio cuore come uno dei momenti più felici della mia esistenza.

Ci siamo passate tutte e tutte sappiamo che questo è solo un aspetto del diventare mamma, quello più bello, quello che si fa vedere al mondo, quello di cui si parla, quello di cui la società si aspetta che parliamo.
Quando nasce un bambino, non solo dobbiamo adeguarci al nostro nuovo status di genitore, ma dobbiamo anche conformarci allo stereotipo di “brava mamma”. Se siamo stanche, se piangiamo per lo sconforto, se non riusciamo a far smettere di piangere nostro figlio, se non riusciamo ad allattarlo, se non partoriamo naturalmente, veniamo etichettate come “mamme cattive o inadeguate”.

Ma noi tutte sappiamo che il confine tra "brava" e "cattiva" mamma è davvero sottile. Quando diventiamo mamme ci trasformiamo in delle vere e proprie equilibriste e iniziamo a camminare su un filo che ondeggia tra la gioia e lo sconforto, e il rischio di cadere dalla parte “sbagliata” c'è, per tutte, soprattutto quando la nascita e la tua nuova vita non è come te l'aspettavi.

Per me 7 anni fa diventare mamma è stata una gioia immensa, ma è stato anche terribilmente difficile.
Mi ero fatta un'idea sul mio parto, sui primissimi istanti di vita di mio figlio. Nelle prime ore di travaglio il sogno lo stavo vivendo, ma in un battito di ciglia si è trasformato in un incubo: il travaglio si era bloccato proprio all'ultima fase e improvvisamente là dove fino a qualche attimo prima il sensore rilevava i battiti di mio figlio, c'era il silenzio. Ringrazio chi ci ha protetti da lassù, perché ad assisterci era un'ostetrica “anziana”, che ne aveva viste tante e si è subito resa conto di ciò che stava accadendo. Ha spostato il sensore di lato. Il battito si sentiva di nuovo, ma c'era un problema: il bambino si era girato. Un evento tanto raro, eppure possibile.

Quello che doveva essere il mio, il nostro, parto da sogno, si è trasformato in un cesareo d'urgenza e, invece di avere accanto mio marito, mi sono ritrovata con un'equipe di medici e ostetriche in sala operatoria. Mio figlio è venuto al mondo con uno starnuto, l'ho visto un secondo, l'ho baciato sulla fronte e sono scappati via con lui. Mio marito in sala d'aspetto non sapeva cosa stesse accadendo, ha visto i medici correre fuori dalla sala operatoria spingendo un incubatrice, ma nessuno ha avuto la decenza di dirgli “Congratulazioni, questo è suo figlio, sia lui che sua moglie stanno bene”. Eravamo diventati genitori, ma non nel modo in cui avevamo progettato o sognato. Non abbracciandoci tutti e  tre.

Per fortuna, nonostante i timori delle primissime ore, mio figlio era sano come un pesce. Dopo 5 interminabili giorni in ospedale, siamo arrivati a casa e da lì il percorso si è fatto ancora più in salita.
Erano i giorni della Merla, fuori faceva freddissimo e uscire con un neonato era improponibile. Quindi per 15 giorni sono rimasta chiusa in casa, con un bambino che si svegliava ogni ora e mezza (giorno e notte) per mangiare.
La cicatrice del cesareo faceva un male allucinante, avevo difficoltà a stare in piedi per più di 5 minuti e non riuscivo neppure a tenere in braccio mio figlio, non parliamo nemmeno di metterlo in fascia.
L'allattamento era difficile e doloroso. Io mi sentivo un fallimento.

Ora a 7 anni di distanza e un secondo parto (esattamente come l'avevo sognato) alle spalle, mi rendo conto che avrei potuto cadere dalla parte “sbagliata”. Per mia grande fortuna sono rimasta in equilibrio. Come? Un po' perché sono terribilmente cocciuta, molto grazie a mio marito che mi è stato sempre vicino e tantissimo grazie a un'amica a cui era toccata la mia stessa sorte neanche sei mesi prima e che mi ha fatto sentire un po' meno sola e molto più mamma. Pian pianino, con l'aiuto della mia amica che passava a trovarmi con suo piccolo cuore a cuore nel marsupio, e di una doula che mi aiutato nell'allattamento, abbiamo superato i problemi che moltissimi genitori come noi incontrano, soprattutto col primo figlio, e la strada si è fatta in discesa.

Ricordo perfettamente quando i tasselli sono rientrati nel cammino che mi ero immaginata e, guarda caso, ha coinciso con la prima uscita in fascia. A circa due mesi dalla nascita, in una fine di marzo incredibilmente calda, siamo usciti per la prima volta cuore a cuore per recarci a un controllo di routine in ospedale ed è stato come ritrovarci e risintonizzarci. Eravamo di nuovo lui e io, in un involucro tutto nostro, pronti a scoprire insieme un mondo per entrambi del tutto nuovo.

Per noi il babywearing è stata una vera e propria rinascita. Per questo credo fortemente che portare i propri bambini non sia una questione di praticità o di moda, ma sia uno stare insieme nelle nostre individualità di mamma (o papà) e figlio, oltre che un nuovissimo modo di essere donna, pur essendo profondamente mamma.


 







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